Il serbo Novak Djokovic, n.1 della classifica mondiale, vince per la terza volta gli Open d’Australia battendo Rafael Nadal in una finale infinita. Quasi 6 ore di tennis (5h 53 minuti per la precisione), in cui s’è visto di tutto e di più. O forse no… Con i primi due giocatori del mondo, due talenti estremamente diversi in tutto, è normale che ci siano emozioni e spettacolo. Però dobbiamo rilevare come questa ennesima maratona in una finale dello Slam, dopo quella di New York dello scorso settembre, inizia forse a stancare un po’ il pubblico, e non solo per la durata extralarge. Le sfide tra questi due grandi campioni si risolvono in durissimi bracci di ferro, fatti di scambi terrificanti per intensità, ma con pochissime varianti e basandosi sempre sui soliti due tre schemi. Djokovic tra l’altro è stato più conservativo del solito, giocando quasi solamente in cross e cercando il lungolinea (il suo marchio di fabbrica tecnico ma più rischioso) solo quando era “costretto” a farlo. Con tanta forza e adrenalina in campo non c’è proprio spazio per creare tennis, variazioni, tocchi e differenza. Così che ci si può esaltare nella “rissa agonistica”, per la grande alternanza di emozioni date dal punteggio, ma lo spettacolo pare a tratti quasi surreale, disumano. Non una debolezza nei due attori, pochissime esitazioni e mai un passaggio a vuoto. Giù a spingere come forsennati su ogni palla, non conoscendo cali o fatica. E la poesia di uno sport che in un secolo abbondante di storia ha creato miti grazie a destrezza e differenza si sbiadisce ogni finale di più. Tornando a quella appena conclusa, il match è girato più volte. Nadal parte meglio, con il diritto di Djokovic che pare più falloso e meno efficace del solito. Poi il serbo rimonta e scappa via, si porta in vantaggio di un set grazie a qualche winner in più soprattutto di rovescio, ma non riesce a sfruttare tre palle break consecutive per andare a servire per il match nel quarto, con Nadal strepitoso nell’infilare cinque punti di fila. Arriva anche una brevissima sosta per pioggia, che non smorza affatto le emozioni e l’intensità. Al tiebreak del quarto set Nadal ha più coraggio, furibondo vuole a tutti i costi cancellare l’onta di 6 finali di fila perse contro il rivale serbo nel 2011. E’ quinto set. Djokovic pare più stanco, ansima, sbraita, si rivolge spesso ai suoi dei, ma Rafael va avanti di un break. Tutto pare ormai deciso, con l’ennesima rimonta vincente al quinto del “toro” iberico. Ma Djokovic invece non molla, approfitta di un brutto errore di rovescio di Nadal sul 4-2 e pareggia il conto dei game. In questa fase ancor più si vede come i due giochino in modo conservativo, a far sbagliare, tenendo il più possibile. Sul 5 pari Djokovic strappa ancora il servizio a Nadal, e va a servire per il match. Nadal non è domo, arriva ancora a palla break, ma Djokovic cerca il suo rovescio, il punto di relativa debolezza, e annulla l’ultimo spiraglio per Rafael. Djokovic vince, cade in terra, esulta alla “hulk” esaurendo le ultime stille di energia mentre il pubblico pare impazzito, forse anche perché esausto. E’ il quinto titolo dello Slam per il serbo, nella settima finale di fila vinta contro Nadal (terza finale consecutiva Slam sempre contro Rafa, che invece ottiene il poco “simpatico” record di aver perso tre finali Slam di fila). Una finale che resterà nella storia per la durata (la più lunga di sempre), per l’intensità, per le emozioni, ma non certamente per lo spettacolo tecnico, che era già ripartito dall’Australia.
Marco Mazzoni












