Matteo Berrettini si prepara a rientrare nel vivo a Montecarlo, portandosi dietro ironia, storie di campo e un’idea precisa su chi sia il migliore di sempre.
The Hammer è di nuovo in marcia. Una wild card lo rimette al centro del Masters 1000 nel Principato, il primo sulla terra della stagione. Quella di Monte-Carlo è una tappa chiave: tabellone da 56 giocatori, aria salmastra che gira sui campi affacciati sul mare, ritmo che si alza subito.
Per uno come lui, che ha già toccato la finale di Wimbledon 2021, è il contesto giusto per ritrovare confidenza e scambi lunghi. Non servono proclami, serve mordere i punti importanti. E il terreno rosso, quando spinge in anticipo col dritto, gli dà spazio per manovrare.
Prima però, uno stacco di leggerezza a Indian Wells. Nel format Unfiltered di Tennis Channel, Berrettini sale su una golf cart e si lascia andare. Gli chiedono perché in campo si sentono quei “versi”. Lui sorride e risponde diretto: aiutano il colpo e, a volte, confondono l’avversario. Lui non li usa, ma ammette che le urla gli piacciono.
Spunta pure Frances Tiafoe con un saluto volante, e l’atmosfera resta leggera anche quando tocca la domanda più strana: “Perché il tennis è così sexy?”. “Sudore, uno contro uno, intensità”. Poi si auto-censura ridendo: “Tagliate quella parte”.
C’è anche l’angolo “famiglia”. “Chi lasceresti uscire con tua sorella?”. Lui, serissimo: non ho una sorella. Ma, volendo, sceglierebbe Jack Draper. “È un ragazzo a posto”. Risposta semplice, pulita, da spogliatoio.
La domanda che spacca le tifoserie arriva in curva: chi è il GOAT? Berrettini non fa giri larghi. “Roger”. Poche sillabe, molto peso. Parla del Roger Federer che ha segnato un’epoca: 20 Slam, 310 settimane in vetta, classe che resta nelle mani e negli occhi di chi guarda. Qui non c’entrano Sinner o Alcaraz. Sono già protagonisti, certo, ma la scelta di Matteo guarda a un orizzonte compiuto. Una forma di gratitudine sportiva verso chi ha reso il tennis un gesto pulito anche quando brucia.
Il tono resta umano, non da tribunale del tifo. E infatti, poco dopo, lui rievoca un piatto che non dimenticherà. Ad Acapulco, durante il torneo, prova dei peperoncini verdi. Sottovaluta il livello di fuoco. Risultato: mezz’ora senza parlare, lacrime e pane offerto dai locali. “Mai più”, dice. Il cibo piccante è così: ti mette alla prova come una palla alta sul rovescio quando hai le gambe pesanti. O la prendi davanti, o ti scotta.
Tra un sorriso e una verità detta piano, Berrettini appare pronto. A Montecarlo gli serviranno servizio profondo, dritto che apre il campo e gambe che tengono gli scambi da fondo. Il contesto è ideale per chi cerca ritmo senza rinunciare a qualche soluzione corta. Non abbiamo dati certi sulla sua condizione attuale oltre alla wild card, ma la lingua del corpo, il modo in cui scherza, il modo in cui sceglie le parole, fa pensare a uno che vuole tornare a spingere.
E allora la scena è questa: la brezza del mare che gira tra le tribune, il silenzio prima del lancio di palla, un pensiero rapido a quel “Roger” che ti ha insegnato il tempo del gesto. Poi il rumore secco del servizio. Tu, da casa, da che parte stai quando il gioco si fa serio e le scelte raccontano chi sei?
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