Doha si accende in 51 minuti: un lampo e Carlos Alcaraz trasforma una finale in monologo, mentre Jannik Sinner inciampa e rallenta. Due traiettorie che si incrociano senza toccarsi: uno vola, l’altro cerca ossigeno
A Doha, il copione è stato chiaro fin dall’inizio. Carlos Alcaraz ha vinto il suo secondo titolo dell’anno, il ventiseiesimo in carriera: 6-2 6-1 su Arthur Fils in appena 51 minuti.

Non un set, non un game: un dominio pieno. Il match point racconta tutto. Fils piazza uno smash violento; lo spagnolo risponde con un passante ancora più veloce. Azione secca, gesto pulito, partita chiusa. In “modalità God mode”, come dicono i ragazzi.
I numeri lo confermano. Parziale di 12-0 nel 2026, con una striscia aperta di 30 vittorie sul cemento outdoor. In classifica è sempre più numero uno: 13.550 punti contro i 10.400 di Sinner, margine di 3.150 in vista di Indian Wells e Miami. Dovrà difendere 445 punti; l’azzurro invece non ne difende, complice la sospensione concordata nel 2025 con la WADA. Dati freddi, ma chiarissimi.
Eppure non è solo potenza. A Doha, Alcaraz ha alternato accelerazioni e pause con intelligenza. Ha preso subito il campo, ha letto la diagonale del rovescio, ha spezzato il ritmo di Fils con slice e palle alte. Il francese, classe 2004, tornava dopo otto mesi di stop: buon torneo, finale raggiunta, ora lavora con Goran Ivanisevic. Ma in finale non ha avuto armi. Sul 4-0 del secondo set, la frustrazione è esplosa: racchetta a terra, respiro corto, occhi persi. Capita quando di là c’è uno che va al doppio della tua velocità.
Sinner in frenata: incidente di percorso o segnale?
Intanto, Jannik Sinner si è fermato ai quarti. Non un dramma, ma una scossa. L’italiano negli ultimi mesi ha giocato da “cannibale” e ha abituato tutti a una continuità feroce. Qui, invece, ha perso quota nei momenti chiave: prime più leggere, rovescio meno profondo, meno anticipo in risposta. Sono dettagli, ma a questo livello i dettagli fanno sangue.
La sensazione? Sinner non è “in crisi” tecnica. È un calo di giri, forse fisiologico, forse mentale, forse legato al carico di inizio stagione. Il confronto con Alcaraz, però, amplifica tutto. Se uno alza il volume a undici e l’altro scende a otto, sembra una voragine. In realtà, parliamo di centimetri. Ma quei centimetri oggi decidono chi solleva il trofeo e chi rientra negli spogliatoi con qualche pensiero di troppo.
Qui sta il punto centrale. Il tennis di vertice non è una linea retta. È un pendolo. Oggi pende sul lato Alcaraz, che attacca, strappa, trasforma ogni palla neutra in un’occasione. Domani può tornare su Sinner, che quando ritrova profondità e prime percentuali diventa a sua volta ingiocabile. E il calendario aiuta: Indian Wells e Miami arrivano in fretta, con tante partite e tante storie dentro.
Restano negli occhi due immagini. Da una parte, il pugno chiuso del murciano dopo un break lampo, il corpo avanti, il campo che gli sembra piccolo. Dall’altra, lo sguardo di Jannik che misura se stesso, senza alibi. Sono i due “cannibali del tennis” che imparano l’uno dall’altro a distanza. È questa la rivalità che vogliamo: feroce, ma pulita.





