Dobbiamo imparare a convivere a stretto contatto con un avversario scomodo (o non vinceremo questa partita)…

Tavoli di ristoranti divisi da plexiglass trasparenti, sportivi bardati con guanti, occhiali e mascherine ad affannarsi dietro ad una palla, box di plastica a trasformare la spiaggia in una gabbia arroventata. In queste settimane sono emerse ipotesi inimmaginabili, a tratti inquietanti, per descrivere la ripresa delle varie attività sociali e lavorative durante la fase 2 Alcune di esse sono state semplici provocazioni, altre sono delle idee da rivedere e correggere, altre ancora saranno messe in pratica e modificheranno profondamente le nostre abitudini fino a quando non sarà trovato un vaccino o una cura definitiva.
Al di la di ciò che veramente accadrà nei prossimi mesi, facciamo una fatica terribile ad accettare l’idea di convivere con il virus. Per certi versi è stata molto più facile la fase 1, rimanere forzatamente chiusi in casa, rispetto alla fase 2 iniziata ufficialmente ieri, in cui dobbiamo riprendere le attività della nostra routine ma con modalità molto diverse dal solito. Per dare una parvenza di normalità ad uno scenario che tanto normale non è, in alcuni casi ci stiamo arrovellando per cercare soluzioni a volte tragicomiche. Ci sforziamo di tenere sotto controllo una situazione che non lo è, perché stiamo combattendo un avversario invisibile di cui sappiamo ancora poco e contro il quale non abbiamo armi a disposizione.

I punti fermi da cui ripartire sono pochi, ma sicuri. Il virus lo si combatte con il distanziamento sociale, con il divieto di assembramenti, con il controllo sanitario nei luoghi più affollati e con l’isolamento di positivi e di persone con patologie pregresse. Già rispettando questi principi saremo certi di abbattere le possibilità di contagiarsi del 95%. I divisori tra i tavoli al ristorante, le indicazioni di indossare guanti e occhiali durante una partita di tennis, i precetti cervellotici di cui sono pieni i social in questo periodo stanno cercando di colmare il restante 5%, ma purtroppo sono solo palliativi. Per quante precauzioni prenderemo, esiste una percentuale di rischio impossibile da evitare: svolgendo una vita sociale più o meno normale non saremo mai garantiti al 100 per cento contro il Covid-19. E inoltre, non lo dimentichiamo, molti di noi sono asintomatici senza saperlo e costituiscono un enorme pericolo inconsapevole, poichè in assenza di tamponi di massa non possono essere individuati e isolati.

Dobbiamo accettare, nei prossimi mesi, che qualcuno possa ammalarsi nonostante le misure di sicurezza e che vengano imposti dei nuovi lockdown, soprattutto a livello locale, se dovessero svilupparsi dei focolai. Evitarlo non possiamo. Murarci in casa a tempo indeterminato non esiste. Le ultime previsioni non proprio rincuoranti ipotizzano che la pandemia duri altri 18-24 mesi: abbiamo altre scelte? Una volta accettato il quadro dipinto, è doveroso farci la seguente domanda: vale la pena cercare a tutti i costi delle soluzioni per qualsiasi ambito della nostra esistenza soltanto per riprodurre esattamente quello che abbiamo sempre fatto? La risposta è: dipende. Se la soluzione è utile e non invasiva, allora va bene. Ma se la soluzione snatura completamente l’essenza dei nostri comportamenti, che senso ha? Se devo andare al ristorante con un partner o con degli amici divisi da un vetro trasparente davanti agli occhi e non posso nemmeno avere la serenità di trascorrere una serata in compagnia, che senso ha? Pensando agli scenari più estremi inerenti al tennis (ci auguriamo che non si verifichino), indossare una mascherina, i guanti, avere il terrore di toccare le palline, che senso ha? Capisco la voglia di ripartire di decine di migliaia di giocatori e di insegnanti (io sono uno di loro, per evitare fraintendimenti mi girano parecchio le scatole…), ma che significato avrebbe snaturare l’essenza di un gioco solo perchè sentiamo il dovere di ripartire, e alla svelta?
La risposta, come sempre accade, la darà il mercato: ci sarà domanda se l’offerta sarà all’altezza, dunque le persone continueranno ad andare al ristorante o a giocare a tennis se si divertiranno e lo troveranno piacevole. Altrimenti non lo faranno, mettiamoci l’animo in pace. La speranza dobbiamo riporla su coloro che prendono decisioni riguardanti le vite di milioni di persone: spesso i nostri politici sono lontani anni luce dalle dinamiche di vita quotidiana, ma possiamo solo incrociare le dita e augurarci che le loro scelte garantiscano sicurezza e siano dotate di buon senso per non complicare ulteriormente le cose…

Alessio Laganà

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