Il coraggio di chiamare le cose con il proprio nome

Di Giuseppe Conte ho sempre apprezzato l’onestà intellettuale, derivante molto probabilmente dal suo background lontano dalle arene politiche e dai giochi di potere per cui la politica è diventata simile ad una gazzarra becera o ad uno scontro tra diverse fazioni di hooligans invece di una gestione sacra della “cosa pubblica”. E’ anche per questo che l’intervento di due sere fa del nostro presidente del Consiglio, la migliore tra tutte le possibili alternative secondo il mio parere, non mi è piaciuto.
Mi chiedo, leggendo il decreto ministeriale in vigore dal 4 maggio, perchè chi ci governa, e in generale la classe politica attuale, non abbia il coraggio di chiamare le cose con il proprio nome. Mi riferisco alla cosiddetta Fase 2, di fatto una fase 1 e un quarto, al massimo 1 e mezzo. Rispetto alle restrizioni ormai in vigore da quasi due mesi infatti cambierà poco o nulla. Dovremo continuare ad uscire giustificando i nostri spostamenti, che dal 4 maggio potranno comprendere anche le visite ai “congiunti”, e per il momento non sarà possibile lasciare i confini regionali. Riapriranno molti comparti industriali, ma rimarranno ancora chiusi negozi come parrucchieri, bar, ristoranti. Ovviamente sarà vietato qualsiasi assembramento. Immaginando nel concreto lo stile di vita di tutti noi, in pratica non cambierà niente.
Non voglio entrare nel merito della bontà delle misure intraprese: per questo ci sono le task force di scienziati ed esperti, di cui volenti o nolenti dobbiamo continuare a fidarci. Ma il punto è un altro. Il fatto che le cose come stanno non vengano chiamate con il loro nome. Che tra fase 1 e fase 2, almeno per ora, non vi è alcuna differenza, dunque non ha senso parlare di riapertura o fase 2. Questa operazione di “finto libera tutti” è stata messa in atto per diminuire un po’ di pressione nei confronti dei tantissimi italiani provati a livello sociale, psicologico e economico da questi durissimi due mesi: far intravedere uno spiraglio di luce aiuta a vivere meglio, non c’è dubbio, ma se poi questa luce non appare le persone si sentiranno deluse e defraudate. Non mi piace che tra i nostri governanti e il popolo ci sia un rapporto paternalistico. Da una parte veniamo gravati di enormi responsabilità, ci dicono che l’andamento della pandemia dipende dai nostri comportamenti, dal rimanere diligentemente a casa (mentre il virus dilaga negli ospedali e nelle case di riposo, e questo non dipende certo da noi…), dall’altra non hanno il coraggio di dire le cose come stanno e ci indorano la pillola per paura delle nostre reazioni. Un po’ come di fronte ai bambini bizzosi, a cui si promette di restituire la playstation se si comporteranno bene e a cui si racconta la favola di Cappuccetto Rosso per spiegare la morte della nonna. Ecco, con un rapporto infantile del genere non andiamo da nessuna parte e la disillusione unita al sentimento di sfiducia nei confronti della classe politica non può che crescere.
Un altro aspetto che mi dà da riflettere, sempre in riferimento al non chiamare le cose con il proprio nome, riguarda il nostro amato sport e l’attività motoria. Perchè lasciar trapelare il messaggio che dal 4 maggio sarebbero riaperti gli sport individuali quando non è così, visto che si potrà allenare solo una cerchia ristretta di atleti e i circoli tennis rimarranno chiusi? Perchè continuare a trattare con approssimazione una materia così’ importante come l’attività sportiva e motoria? Il decreto parla chiaro: dal 4 maggio potremo effettuare attività fisica ovunque, da soli, pur mantenendo la distanza di sicurezza di due metri. Dal momento che è così a cosa serve l’autocertificazione? Se posso camminare o correre liberamente, pur mantenendo le distanze di sicurezza, che senso ha per una persona a piedi dichiarare dove si sta recando? E se l’autocertificazione è ritenuta proprio necessaria, perchè non indicare l’attività motoria tra i motivi validi e accettati per gli spostamenti?
Questa modo di trattare argomenti così delicati genera soltanto caos e incertezza, e lo fa in maniera consapevole: in virtù di quel rapporto paternalistico di cui abbiamo parlato prima ci trattano come bambini e non ci dicono le cose come stanno. La verità è difficile da accettare a volte, ma la confusione rende le persone più confuse e allo stesso tempo controllabili. Basterebbero poche semplici parole per regolare i nostri comportamenti durante questa pandemia: obbligo di mantenere la distanza di sicurezza da altre persone. Basandoci su questo unico precetto tutto diventa semplice: le attività di qualsiasi genere che consentono il rispetto di questa norma sono permesse, le altre no. Chi trasgredisce viene punito. Non servirebbe alcuna interpretazione, e ognuno di noi saprebbe perfettamente quando infrange la legge e quando no, e avrebbe la responsabilità di essere libero di fare ciò che vuole, nel rispetto dell’unica chiarissima norma in vigore. Invece di sentirsi come un ladro di caramelle…

Alessio Laganà

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