Il ribaltamento della realtà: ecco perchè in questo mese è cambiato tutto…

E’ trascorso un mese esatto dall’inizio del più grande sconvolgimento che abbia mai colpito l’intera umanità dai tempi della seconda guerra mondiale. L‘emergenza covid-19 e il conseguente lockdown che sta costringendo metà della popolazione del pianeta a vivere segregata tra le proprie mura. Se all’inizio i sentimenti prevalenti erano incredulità e rabbia di fronte a un cataclisma che non pensavamo potesse travolgerci, dopo un mese di “stabilizzazione” dei numeri possiamo iniziare ad analizzare con maggiore lucidità quanto accaduto, e quanto potrà accadere in futuro.
L’aspetto più sconvolgente di questa emergenza, al di là delle tante famiglie colpite dalla disgrazia, è il totale ribaltamento della realtà conosciuta e ormai accettata. Nel giro di appena trenta giorni alcuni dei principi, dei postulati e dei valori su cui fondavamo la nostra esistenza sono stati letteralmente spazzati via e sostituiti da altri, opposti, giustificati dallo stato di emergenza. Ma la cosa veramente sconvolgente è l’assuefazione di tanti uomini e donne, apparentemente appagati da questa nuova vita, più preoccupati a segnalare il vicino a spasso col cane piuttosto che a riflettere sugli stravolgimenti che stanno riguardando tutti in prima persona.
Prima di partire voglio premettere un concetto molto importante: se leggerete, in maniera palese o tra le righe, delle critiche all’operato di chi governa, non hanno alcun pregiudizio politico. Sono convinto che l’attuale Governo sia uno dei migliori possibili in questo periodo storico. Ma al di là dell’appartenenza politica è evidente che l’attuale classe dirigente non sia preparata ad affrontare un’emergenza simile.

TUTTI A CASA: SI MA POI? Il mantra che ci ha martellato incessantemente nelle ultime settimane: dovete rimanere a casa! Messaggio giusto e doveroso, non mi fraintendete, in una fase in cui i venti della bufera sono stati fortissimi e il rischio di essere spazzati via molto concreto. Chissà quali conseguenze ci sarebbero state a livello di vite umane senza le misure intraprese, dobbiamo darne atto a chi governa. Ma dopo un mese di segregazione forzata il messaggio inizia a suonare debole, e non pare più sufficiente. Perché stare chiusi in casa è una misura giusta nella fase acuta della pandemia, come una tachipirina di fronte alla febbre alta, ma cura unicamente i sintomi senza risolvere il problema alla radice, come una tachipirina di fronte a una ferita d’arma da fuoco.
Per questo, con le persone ormai fisicamente e mentalmente provate dal lockdown, il messaggio dovrebbe cambiare. Chi ascolta la televisione e legge i giornali avrebbe bisogno di essere rassicurato, e non terrorizzato. Ormai tutti lo sanno: è nostro dovere rimanere a casa, ma non possiamo limitarci a questo. Serve programmazione, serve capire cosa accadrà nella cosiddetta “fase due”, serve conoscere nei dettagli il modo in cui cambierà la nostra vita, serve sapere quali accorgimenti dovremo adottare per convivere con il virus. E invece continuano a risuonare le solite parole: restate a casa. Il dubbio, assai legittimo, è che il messaggio sia trasmesso in maniera incessante poichè non non ci sono altri messaggi da trasmettere, con lo scopo di far focalizzare i cittadini sulla paura (la paura di contrarre il virus, ma anche di contrarre una multa…) piuttosto che sulla soluzione, che al momento non esiste. Questo mantra inoltre scarica indirettamente la responsabilità sulla popolazione. Una responsabilità concreta (se le persone non fossero rimaste a casa la situazione sarebbe assai peggiore) ma solo parziale. Così dietro alla ripetizione continua del messaggio ci vedo un po’ di malafede: nella storia non è mai esistita una classe dirigente che abbia ammesso degli errori o chiesto scusa, molto più semplice ragionare per slogan o per capri espiatori…
Prendiamo le famigerate cifre ogni giorno snocciolate  su tutti i media: com’è possibile che in una fase di quarantena così serrata i numeri dei nuovi contagiati continuino a essere alti? La risposta a questa domanda in teoria è semplicissima: basterebbe capire come i 3.951 italiani, nuovi contagiati di ieri, hanno contratto il Covid-19. Ricostruire caso per caso sarebbe fondamentale, sia sul piano sanitario (per prevenire nuovi contagi), sia sul piano strategico: capendo la provenienza dei contagi, sarebbe molto più semplice elaborare un piano nazionale di difesa. Se il 70 per cento dei nuovi ammalati ha contratto il virus infrangendo le attuali regole in vigore, ad esempio è andato a correre oppure a cena dai parenti, è un discorso, ma se la percentuale dei trasgressori infettati è del 2 per cento è un altro paio di maniche. Se la stragrande maggioranza dei nuovi ammalati, come suppongo, si è infettata in ospedali o in strutture sanitarie è un aspetto fondamentale da sapere, e aiuterebbe a sviluppare una nuova strategia rispetto a quella attuale. In questo caso lo “stare a casa” non c’entrerebbe nulla. Ma nessuno fa uno screening di questo tipo, oppure non ce lo dicono. E la confusione cresce, così come la paura di navigare a vista, senza una rotta stabilita.

CHE FINE HA FATTO LA CURA DELLA PSICHE – Il primo grande ribaltamento di credenze e valori a cui abbiamo assistito nell’ultimo mese riguarda la psiche. E’ innegabile che la nostra sia una società intrisa di “psicologismo”. Fino a poche settimane fa i giornali, i siti web, i telegiornali erano pieni di servizi sul vivere “sani e belli”, oppure sull’importanza del pensiero positivo anziché sugli approcci “mentali” nella cura delle malattie o nell’affrontare la vita quotidiana. Il supporto psicologico in alcune circostanze è talmente predominante da sfociare nell’iper-protettivismo: la preoccupazione di non turbare l’equilibrio delle persone è all’ordine del giorno al punto da risultare talvolta eccessiva. D’altra parte il pubblico interessato a questa tipologia di messaggi non manca, se si pensa che 10 milioni di italiani abbiano sofferto almeno una volta nella vita di attacchi di panico e tre milioni di nostri connazionali soffrano attualmente di depressione.
Da un mese a questa parte tutto ciò è svanito come per miracolo. Lo stato di emergenza è una giustificazione necessaria: di fronte ad una guerra in corso, gli aspetti fondamentali evidentemente sono altri, come la sopravvivenza della specie. Ma mentre il tempo passa e le persone sono costrette a rimanere tra le proprie mura, il problema non si risolve da solo e chi ha queste difficoltà si trova in una situazione di grande stress. E’ logico pensare che i milioni di italiani colpiti da ansia, fobie e attacchi di panico adesso stiano peggio di qualche settimana fa e nessuno dà loro strumenti per andare avanti, complice lo “stato di bisogno”. La cosa interessante è che esistono tante iniziative, pubbliche e private, di supporto psicologico alle fasce deboli della popolazione, ai ragazzi giovani, agli anziani, ma i giornali e le televisioni preferiscono occuparsi dei morti e dei numeri catastrofici.
Qualche giorno fa ho parlato con un medico di base, mio amico, il quale mi ha confidato come siano aumentate esponenzialmente le richieste di farmaci anti-depressivi: da un mese a questa parte più di un terzo dei suoi pazienti si rivolge a lui non per problemi legati al coronavirus o ad altre malattie, ma per richiedere ricette per il tavor e lo xanax. E’ un ribaltamento della realtà latente con potenziali conseguente devastanti: tra qualche mese, quando torneremo alla normalità, saranno più le vittime di covid-19 o di depressione? Se la risposta giusta è la seconda, perchè nessuno ne parla?

MENS SANA IN CORPORE SANO – Sostenevano i latini, e quanto abbiamo detto dell’aspetto psicologico vale anche per quello fisico, Anche se, a dir la verità, con l’emergenza coronavirus non si è assistito ad un ribaltamento della vecchia realtà, ma ad una sua esasperazione. Perchè, è innegabile, in Italia lo sport e l’attività fisica sono considerate da parte delle istituzioni un parente scomodo. Il nostro paese, secondo uno studio europeo del 2017, si trova al quartultimo posto in una rosa di ventotto nazioni per quanto riguarda la pratica sportiva: il 72% della popolazione è sedentaria, ossia non svolge nessun tipo di attività motoria. La percentuale dell’obesità minorile ha raggiunto livelli allarmanti: tra i 5 e i 19 anni, infatti, oltre un ragazzo su tre (36%) risulta sovrappeso. E ai giovani sportivi le cose non vanno meglio: gli atleti agonisti vengono osteggiati dalla scuola e dagli insegnanti, e l’organizzazione dello sport all’interno della scuola lascia molto a desiderare.
In questi mesi di serrata si è assistito ad un atteggiamento a dir poco ostile delle istituzioni nei confronti dello sport: il riferimento è ai cosiddetti “runners”. In un primo momento il Governo aveva accordato il permesso di correre in libertà mantenendo la distanza di sicurezza, poi ha tolto tale privilegio, riducendo gli spazi permessi alla prossimità di casa (senza specificare il concetto di prossimità) e passando la patata bollente alla libera interpretazione delle Regioni. In paesi con una maggiore cultura sportiva, ma altrettanto tartassati da casi di Covid-19 come Francia e Germania, i governi hanno consentito l’attività motoria in certi orari (Francia) o addirittura hanno tenuto aperti i parchi e le aree verdi (Germania), comunque sempre rispettando le regole di distanziamento sociale.
Mentre gran parte dell’opinione pubblica si è scagliata contro le aperture finalizzate all’attività motoria, talvolta con toni violenti e inconcepibili, i dati di fatto rimangono due. Il primo, perfettamente espresso dal professor Giovanni Rezza, dirigente dell’Istituto Superiore di Sanità: contagiarsi all’aria aperta a causa dell’attività fisica è altamente improbabile se non impossibile mantenendo la distanza di sicurezza di un metro e mezzo. Vietare l’attività atletica in solitaria è pretestuoso, così come lo è metterla alla stregua di assembramenti di più persone, vero strumento di contagio. Il secondo è che lo sport fa bene alla salute, fortifica il corpo e la mente ed è essenziale per combattere ansia, stress e depressione. Grazie alla produzione di endorfine il corpo viene protetto contro le malattie cardiovascolari, il diabete e altre patologie. Un altro toccasana dato dal praticare attività fisica all’aperto, è la vitamina D fornita dall’esposizione ai raggi solari, utile a fissare il calcio nelle ossa. Dunque le conclusioni sono identiche a quelle del paragrafo precedente: dopo due mesi di segregazione, inclini alla depressione e all’ansia e indeboliti nel fisico, saremo nelle condizioni ideali per affrontare il ritorno alla “normalità”?

LA FOLLE DEMOCRAZIA DEL WEB – Il più grande ribaltamento della realtà avvenuto in quest’ultimo mese riguarda la rete internet e le nuove tecnologie. Nell’ultimo decennio hanno rivoluzionato le nostre vite, strumenti straordinari per aver unito in un’unica rete neuronale il mondo intero ed aver creato possibilità di comunicazione inimmaginabili fino a pochi anni fa, in tempi di coronavirus hanno mostrato i loro lati più contraddittori. In primo luogo per quanto riguarda quella lama affilatissima a doppio taglio chiamata democrazia sul web. Internet, per la prima volta nella storia, ha dato la possibilità di esprimere il proprio pensiero a persone tagliate fuori dai processi decisionali ed ha regalato gratuitamente una platea a chiunque possedesse un personal computer e una connessione wireless. Si tratta della più imponente operazione di esportazione della democrazia mai avvenuta nella storia dell’umanità.
In queste settimane di emergenza, mentre le persone sono chiuse in casa e presumibilmente utilizzano i loro dispositivi tecnologici senza sosta, sono emerse crepe inquietanti in questo sistema “democratico”: chiunque, al di là delle proprie competenze, sente il dovere di esprimere la propria opinione. Fino a non molti anni fa solo pochi eletti avevano il privilegio di poter parlare davanti ad un pubblico: si trattava di un’élite, così come elitario era il pubblico capace di comprendere quei messaggi… Adesso, in un regime in cui “uno vale uno” e le informazioni volano alla velocità della luce, il pensiero del più noto virologo italiano si mischia a quello della casalinga di Voghera o dell’impiegato di Reggio Calabria (con tutto il rispetto per casalinghe e impiegati, si intende), i quali diventano improvvisamente esperti di medicina e dicono la loro dall’alto di informazioni pescate qua e là sul web. E di conseguenza saranno ascoltati da una platea che interpreterà e veicolerà a sua volta altri messaggi, il cui significato è destinato a cambiare rapidamente. Il risultato finale è quello di un magma immenso e paradossale dove si trova di tutto e di più, e dove molto spesso la verità diventa un aspetto secondario.
Ho accennato all’accesso alle fonti di informazioni, altro concetto distorto di questa folle democrazia del web. Esattamente come nel caso dei lettori, anche chi fornisce le informazioni (parlo di giornalisti o pseudo-tali, categoria letteralmente uccisa dalla rivoluzione digitale) non possiede una “patente” di competenza e può scrivere qualsiasi cosa senza alcun limite o controllo. E’ l’apogeo del libero pensiero, ma anche del pensiero selvaggio: in un tale oceano di informazioni, si mischiano fonti autorevoli a fonti di dubbia provenienza, il cui unico scopo è quello di realizzare il maggior numero di click. E così il lettore si ritrova immerso inconsapevolmente in un oceano dove una notizia di Repubblica o Corriere può mostrare la stessa autorevolezza di quella di portali sconosciuti e impronunciabili: teoricamente tutti hanno le stesse identiche possibilità di confezionare una notizia e farla diventare virale. Anche gli utenti più scafati e con le capacità cognitive più sviluppate rischieranno di perdersi.
Quando questa emergenza sarà terminata e guarderemo indietro con lo specchietto retrovisore, sarà necessario porsi serie riflessioni su ciò che è diventato il web e su quali strumenti possiamo utilizzare per un suo utilizzo consapevole.

E ADESSO CHE SUCCEDE? E’ difficile e anche sbagliato fare previsioni: si tratta di un’emergenza talmente epocale da non avere punti di riferimento. Nelle prossime settimane e mesi assisteremo alle fasi due e tre, e ritorneremo ad una pseudo-normalità, molto diversa da quella a cui eravamo abituati. Dovremo imparare a convivere con il virus, almeno finché non troveremo una cura definitiva, se non oltre. Sarà curioso capire se questo ribaltamento della realtà subirà una nuova capovolta di 180 gradi per ritornare ai valori, ai principi e ai postulati di prima: in tal caso il coronavirus sarà stata soltanto una parentesi, come un incubo, destinata a dissolversi. Oppure se questo ribaltamento della realtà sarà il viatico verso una nuova società, con nuovi valori, nuovi concetti e nuovi modi di pensare. A mio parere rimarrà una ferita aperta a lungo. Credo che il ciclone non si sia scatenato per caso, ma che la nostra società fosse destinata ad un cambiamento profondo. Che il nostro modo di vivere, le nostre abitudini, si fossero incancrenite, che il valore del tempo, dono più prezioso a disposizione di ognuno di noi, fosse stato smarrito in mezzo alla frenesia degli impegni quotidiani. Credo che da ora in avanti dovremo mettere in atto un modo alternativo di comprendere il mondo che ci circonda. Un ribaltamento della realtà appunto. Non sappiamo dove porterà e dove saremo tra qualche anno: la nostra unica arma di difesa è quella di farci trovare più preparati e consapevoli possibile…

Alessio Laganà
Giorgio Panini

 

 

3 Commenti
  1. Massimo

    Condivido ogni parola di questo articolo

    12 Aprile 2020 at 5:35 - Rispondi
  2. Ferdi

    Complimenti..ottima analisi..

    17 Aprile 2020 at 9:09 - Rispondi
  3. otello

    …è un aticolo che invito tutti a leggere .Un articolo ben scritto,chiaro,ponderato,e concreto.
    Un grazie agli autori . Alessio Laganà – Giorgio Panini
    Otello

    18 Aprile 2020 at 19:04 - Rispondi

Invia un commento

La tua email non sarà pubblicata