La scommessa persa del signor Pique: come uccidere una manifestazione secolare chiamata un tempo “Davis Cup”

C’era grandissima attesa nell’assistere al debutto della nuova Coppa Davis, da quest’anno completamente stravolta nel formato dopo 118 anni di gloriosa storia e di tradizione. Anche se la settimana dedicata alla nuova manifestazione, che non ricorda neppure da lontano la vecchia “Davis”, deve ancora concludersi, è già tempo di primi bilanci e non è presto per affermare che il format della nuova Davis Cup sia stato un fallimento totale. Quella messo in atto da Kosmos, fondo di investimento sportivo presieduto da Gerard Pique, celebre difensore ancora in attività del Barcellona, è un’operazione di marketing e finanziaria enorme: Kosmos infatti si è assicurato i diritti della nuova Davis Cup per i prossimi venticinque anni, per un valore complessivo di 2.5 miliardi di euro riconosciuti all’ITF.
Non dobbiamo essere ipocriti o troppo nostalgici: la “vecchia” Davis iniziava a emettere dei forti scricchiolii e necessitava di essere riformata. Il suo principale limite, quello di non riuscire ad attrarre con continuità i grandissimi nomi che ad anni alterni decidevano se supportare o meno la propria Nazione, a seconda della pesantezza o meno della loro programmazione. Ma sul suo fascino, capace di riempire stadi e palazzetti con decine di migliaia di spettatori, non si può discutere. L’obiettivo della nuova manifestazione sarebbe dovuto essere quello di ringiovanire il vecchio formato con intelligenza, mantenendo i suoi punti di forza.
Ecco invece tutto ciò che non ha funzionato…
1) La collocazione nel calendario. Inserire la settimana dedicata alle nazionali a fine novembre, dopo il Master, a stagione ormai conclusa, è un naturale declassamento. I giocatori arrivano inevitabilmente spompati dopo una durissima stagione e non possono essere al top della forma, inoltre hanno la necessità di ricaricare le pile in vista dell’anno successivo.
2) La durata di una settimana. E’ il più grande limite del nuovo formato. Racchiudere una manifestazione con diciotto squadre in sette giorni è semplicemente folle e costringe le squadre a tour de force assurdi. E’ evidente l’esigenza di Pique e company di concentrare in pochi giorni la Davis, per ovvi motivi organizzativi, ma così si uccide la sportività e lo spettacolo e si costringono i giocatori a tirate assurde. Le conseguenze sono apparse evidenti in questi giorni.
3) Il regolamento cervellotico. Inserire le squadre in gironi a tre crea enormi ingiustizie. Con la qualificazione concessa alle prime classificate e alle due migliori seconde, si generano scenari casuali e per certi versi imbarazzanti. Sul 2-0 il doppio può diventare ininfluente per una squadra già qualificata (vedi il caso Canada), ma regalare una partita può dar luogo a ingiustizie incredibili visto che un match vinto o perso fa la differenza in un formato così ristretto. Inoltre il calendario si è rivelato cervellotico: mentre alcune squadre dopo due giorni avevano già esaurito i loro impegni nel girone, altre dovevano ancora debuttare, con evidenti disparità di giorni e ore di riposo. Per non parlare della programmazione oraria assolutamente folle: diverse partite sono finite dopo l’una di notte, alcune come USA-Italia alle quattro di notte. Ma il rispetto per i giocatori e gli spettatori sarebbe questo? Se la riforma serviva ad avvicinare il pubblico televisivo, ha completamente fallito nel suo scopo pensando di tenere incollati agli schermi gli spettatori in piena notte…
4) Il ruolo centrale della Spagna. Una manifestazione importante come la Davis non dovrebbe permettere favoritismi, ma è clamoroso il ruolo centrale assegnato alla Spagna. Intanto la prima edizione della manifestazione organizzata dal sig. Pique (spagnolo) si gioca a Madrid, il che può avere un senso se non fosse già stata confermata a Madrid per il 2020: è giusto che una delle squadre partecipanti, probabilmente la favorita, giochi sempre in casa, ottenendo un vantaggio palese? E poi, guarda caso, la Spagna ha avuto un giorno di riposo tra le prime due partite (a differenza di molte altre squadre) e come prima classificata del proprio girone affronterà nei quarti una seconda classificata anzichè una prima. Siamo troppo maligni? E’ un caso? Può darsi, ma a pensar male spesso ci si azzecca…

Ecco come sarebbe bello immaginare la nuova Davis…
Una manifestazione biennale o quadriennale, come i Mondiali di Calcio, organizzata a rotazione da una nazione diversa per ogni edizione. Coinvolgendo magari più città (una per girone). L’attesa genera aspettative e valorizzerebbe la manifestazione, e una formula del genere valorizzerebbe un’intera nazione, e non solo una città. Per i giocatori sarebbe un impegno saltuario e per questo aderirebbero quasi tutti per amor di Patria. Nell’anno precedente si svolgerebbero degli incontri di qualificazione divisi per zone continentali, che qualificherebbero alle fasi finali per esempio le migliori sedici squadre al mondo. Le finali sarebbero collocate in un periodo centrale della stagione (esempio, dopo gli Us Open), perfetto per garantire la presenza dei “big”. La manifestazione durerebbe tra i 15 e i 18 giorni, il lasso di tempo ideale per valorizzare il torneo e garantire il giusto riposo ai giocatori. E’ una durata importante e impegnativa tenendo conto degli impegni del circuito ATP, ma ogni due o quattro anni sarebbe fattibile. Al bando i gironi a 3 (troppo ristretti e basati sulla sorte), sarebbe bello immaginare gironi a quattro, con qualificate le prime due classificate, un po’ come nel calcio. Per quanto riguarda il punteggio e il formato delle singole partite, il vero fascino della Davis è sempre stato il tre su cinque, almeno per i singoli, mentre i doppi potrebbero rimanere tranquillamente due su tre: e così un incontro durerebbe due giorni, con al primo giorno due singolari, al secondo giorno il terzo singolare e due doppi. Con uno o due giorni di riposo dopo ogni partita giocare match tre su cinque sarebbe fattibilissimo (accade anche negli Slam). Una formula del genere sarebbe fantastica e mostrerebbe il vero potenziale di ogni squadra nazionale, che sarebbe costretta a far ruotare tutti i suoi giocatori e non solo i migliori due come sta accadendo a Madrid. In questo modo la Davis diventerebbe un vero e proprio campionato del mondo a squadre, non come il bizzarro esperimento messo in scena da un “colpo di testa” di Gerard Pique…

Alessio Laganà

 

 

2 Commenti
  1. Giorgio Doccini

    Secondo me invece è tutto giusto ma dovrebbero o diminuire le squadre oppure allungare i giorni passando a 10 gg o 15. Giorgio Doccini

    22 Novembre 2019 at 13:26 - Rispondi
  2. MarcoRossi

    Manifestazione fantastica, tanto tennis tutti i giorni di altissima qualità in un periodo tipicamente di vuoto. Unica nota stonata, ma facilmente rimediabile, gli orari.
    Non solo Piqué ci ha visto giusto, ma grande merito anche alla Federazione per aver avuto prima di ogni altro la lungimiranza di accaparrarsi i diritti tv della manifestazione, offrendone l’intera live in chiaro in modo che tutti abbiano potuto assistere a questo evento straordinario ottimamente coperto da Supertennis Tv, canale tematico ormai indispensabile per ogni appassionato.

    24 Novembre 2019 at 10:09 - Rispondi

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