Nel report del CONI si suggeriscono occhiali protettivi, palline personalizzate e protocolli di pulizia e sanificazione severissimi. I circoli saranno davvero in grado di applicare queste regole?

Ci siamo presi la briga di leggere il documento di 404 pagine  “Lo Sport riparte in sicurezza”, il report commissionato dal Coni al politecnico di Torino e consegnato nei giorni scorsi al Ministro per le Politiche Giovanili e lo Sport Vincenzo Spadafora al fine di calcolare l’indice di rischio di ogni disciplina sportiva. Come abbiamo scritto in un precedente articolo, il tennis è risultato essere lo sport più sicuro di tutti, con un indice di rischio pari a 0.1, praticamente inesistente.
E’ interessante, tuttavia, analizzare la parte finale del report, dove per ogni disciplina sportiva è stata realizzata una scheda (riportata all’inizio dell’articolo) in cui sono indicate delle osservazioni sanitarie da seguire all’interno del rettangolo di gioco. Non si tratta di imposizioni o di norme, ma di suggerimenti che potrebbero delineare quello che sarà il tennis al tempo dell’emergenza Covid-19. Esattamente come nel caso del decalogo della FIT, abbiamo analizzato ogni singolo punto cercando di capire se i suggerimenti portati avanti siano applicabili e utili: di seguito alcune riflessioni interessanti.

– MANTENIMENTO DISTANZE DI SICUREZZA: Tutte le idee finalizzate al mantenimento della distanza di sicurezza sono corrette, come l’evitare i cambi campo, sedere su panchine poste ai lati opposti del campo oppure evitare la stretta di mano finale.
– EVITARE SITUAZIONI VOLO VOLO: E’ un suggerimento privo di logica. Sia in un allenamento, sia durante una partita, se i due giocatori opposti si trovassero entrambi a rete non correrebbero alcun rischio. E’ infatti appurato che di solito una volèe si gioca con i piedi posizionati tra i due e i tre metri dalla rete, dunque tra i due giocatori c’è una distanza media di 4-6 metri di tutta sicurezza. Giocare una volèè a pochi centimetri dalla rete è irrealistico e tecnicamente improbabile, dal momento che serve più spazio per svolgere il gesto senza compiere invasione.
– INDOSSARE OCCHIALI PROTETTIVI: Come nel caso del suggerimento di cambiare grip dopo ogni partita, presente nel decalogo della FIT, si tratta di un precetto privo di ogni fondamento scientifico. Evitare il contatto mani-occhi è corretto, su un campo da tennis come per strada o in casa. Ma durante un allenamento o un match, quale rischio dovrebbe correre un giocatore che mantiene la distanza di sicurezza dall’avversario e utilizza un’unica racchetta, oggetto personale e non condiviso con altri? Ci sembra un suggerimento iper-protezionistico, ma poco concreto, considerando anche la difficoltà nel reperire occhiali protettivi: se il tennis ripartisse domani, quanti giocatori li avrebbero immediatamente a disposizione?
– OGNI GIOCATORE USA IL PROPRIO TUBO: Partendo dal presupposto che non conosciamo ancora esattamente le modalità di trasmissione del virus e non sappiamo quanto rimanga su superfici terze, dunque non sappiamo se le palline possano essere o meno un veicolo d’infezione, l’idea è valida e, in teoria, praticabile. Già alcune aziende del settore producono palline numerate. Bisogna vedere poi, se nella foga di un match o di un allenamento faticoso, il giocatore non incappi nell’errore di prendere in mano una pallina dell’avversario. Immaginando una lezione, una regola del genere impedirebbe l’utilizzo del cesto e limiterebbe la gamma di esercitazioni possibili.

Per quanto riguarda l’igienizzazione e la sanificazione dobbiamo aprire un capitolo a parte. Il documento dedica un paragrafo intero all’argomento, intitolato “Pulizia e sanificazione luoghi e attrezzature nei siti sportivi”, cercando di definire il protocollo corretto da seguire. La pulizia, ovvero quella di base effettuata con acqua e detergente, è consigliata una volta al giorno per tutti gli ambienti del circolo (i campi da tennis, le aree comuni, i servizi sanitari, i macchinari sportivi, i distributori, gli impianti di ventilazione) e addirittura ad ogni cambio turno (esempio ogni volta che un atleta scende in campo) per attrezzi, macchinari e postazioni comuni di lavoro/attività sportiva. Per quanto concerne la sanificazione, ovvero la decontaminazione con apposite soluzioni, il protocollo diventa ancora più stringente e, qualora ci sia un atleta o un operatore con sintomi, è obbligatoria una sanificazione straordinaria di tutto l’ambiente.
Si tratta di regole indubbiamente giuste, ma che rischiano di scontrarsi con la realtà dei fatti. Nel concreto, quanti circoli sono in grado di garantire protocolli di pulizia e sanificazione così accurati? E in un momento così drammatico a livello economico, chi si dovrebbe accollare le spese per personale esterno atto a svolgere tali operazioni?

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