Tabelloni in linea vs. tabelloni di selezione: come sono cambiati i tornei individuali negli ultimi vent’anni

Riproponiamo una vecchia inchiesta sui tabelloni dei tornei individuali e sulle differenze tra i tabelloni in linea e quelli di selezione, ancora estremamente attuale

Tra gli aspetti più importanti portati avanti dalla riforma promossa dalla Federazione Italiana Tennis si trova quello inerente ai tabelloni individuali, ovvero il passaggio dai tabelloni in linea ai tabelloni di selezione. La sostanziale differenza che c’è tra un tabellone in linea ed un tabellone di selezione è l’ingresso in gara dei giocatori: nei tabelloni in linea al massimo i giocatori entrano in gara in due differenti turni di gioco (questi tabelloni si utilizzano soprattutto quando la differenza di classifica tra i giocatori è ridotta ed è scarso il numero dei giocatori in ciascun gruppo di classifica), mentre nei tabelloni di selezione i giocatori entrano in gara in tre o in più turni di gara. In funzione del numero dei partecipanti e della loro classifica, si possono adottare tabelloni dei seguenti tipi:
1) tabelloni di estrazione, con partenza in linea, di qualificazione, intermedio o finale
2) tabellone di selezione, ad ingresso progressivo, di qualificazione, intermedio o finale
3) tabellone a sezioni (per qualificare un numero di giocatori diverso da una potenza di due), di qualificazione o intermedio, ma non finale
La FIT ha mantenuto in vita entrambe le formule di tabelloni, ma di fatto scoraggia vivamente la compilazione di tabelloni in linea. Per il circolo la tassa di approvazione di un torneo con tabellone in linea è esattamente il doppio di uno con tabelloni di selezione, quindi esiste un incentivo economico importante: a questo uniamoci il timore di avere un calo di iscrizioni, soprattutto tra i tennisti di categoria più bassa, abituati ormai al nuovo sistema e restii ad accettare al primo turno match con avversari di gran lunga superiori, e si spiega perchè nessuno utilizzi più i tabelloni in linea (in ogni caso anche in questa tipologia di tabelloni non è più possibile far scontrare al primo turno avversari con più di una categoria di differenza, ad eccezione dei Campionati Italiani).

Questa riforma ha comportato una “rivoluzione copernicana” nel mondo del tennis italiano. La natura dei tornei si è profondamente modificata, di pari passo con il nuovo spirito dettato dall’introduzione di classifiche molto più “diluite” e del nuovo metodo di definizione del ranking. E’ nato, come abbiamo descritto più e più volte, un vero e proprio sistema di marketing finalizzato alla partecipazione di massa, dove i nuovi tabelloni di selezione sono lo strumento concreto per far sì che i giocatori scendano in campo il più possibile.
Lo spirito su cui sono fondati i tabelloni di selezione si chiama “principio di equità”. Secondo il principio di equità, come abbiamo visto in precedenza, un tennista che entra in gara in un torneo deve necessariamente incontrare al primo turno un avversario con una classifica al massimo dissimile di uno scalino. Secondo il principio di equità sono nate le spesso numerose sezioni di qualificazioni, che letteralmente “sezionano” il torneo in tre, quattro moduli stagni, dove nessuno elemento del primo o del secondo, salvo miracoli sportivi, avrà a che fare con quelli del quarto o del quinto. Ma la cosa più sorprendente è che il principio di equità negli ultimi dieci anni è stato inculcato nelle menti dei tennisti come fosse un dogma sacro o un principio fondante dei diritti umani. Da giocatore, purtroppo, di lungo corso, mi suona ancora strano quando sento qualcuno lamentarsi (succede molto spesso!) del fatto di essere stato accoppiato al primo turno con un avversario troppo forte e di essere vittima di una violazione, quando ricordo ancora i tempi in cui da nc giocavo immediatamente con dei C1 fortissimi, perdevo sonoramente e mi sembrava la cosa più naturale del mondo! La cruda realtà è che i creatori del “Matrix”, come ho simpaticamente ribattezzato il sistema post-riforma, si trincerano dietro il principio di equità per nascondere la verità, ovvero che il sistema è finalizzato alla realizzazione dei maggiori profitti possibili: che con la nascita di questa sorta di “democrazia” i tennisti con la classifica più bassa saranno incentivati a giocare tanto, perchè anche in un torneo di livello più elevato avranno possibilità di far punti (ditemi la differenza, per un 4.5, tra partecipare a un torneo Open e un torneo di Quarta) e per questo giocheranno più e più ancora desiderosi di punti, e porteranno sempre più introiti nelle casse dei circoli e della Federazione.

Non ci sarebbe niente di male ad ammettere tutto ciò, è stato creato un sistema profittevole e amato dall’80% dei giocatori, quindi perchè sostenere che è stato portato avanti per motivi di giustizia? Il principio di equità millantato si regge sul niente, visto che disattende la logica fondante di una disciplina sportiva, ovvero il fatto che tutti i partecipanti dovrebbero iniziare una manifestazione con identiche condizioni di partenza. Invece oggi per vincere un torneo ad un iscritto basta vincere tre partite ad un altro ne serviranno quindici, ed è incredibile come questo aspetto, talmente lampante da essere spudorato, venga eluso sistematicamente per accanirsi invece su quisquiglie, della serie “sono un 4.4 ed è uno scandalo che al primo turno mi sia toccato un 4.2 quando c’erano dodici 4.3 presenti in tabellone!”. Analizzando la situazione più ad ampio raggio poi, ci si accorge come il principio di equità portato avanti nel tennis italiano non abbia alcuna corrispondenza in altre discipline. Tralasciando gli sport di squadra, che hanno logiche diverse, gli sport individuali come il nuoto, la scherma, la boxe ecc… quando si trovano a fare delle qualificazioni definiscono delle teste di serie, per non fare scontrare subito gli atleti più forti, ma non si preoccupano di tutelare a tutti i costi chi non è ancora pronto per competere. D’altronde perdere, essere battuti, perchè no essere stracciati, fa parte dello sport, non c’è niente di male e può essere un momento di crescita. Ti fa capire qual’è il tuo attuale livello di gioco, e ti spinge ad allenarti di più, per migliorarti e affrontare in futuro quell’avversario con un altro spirito. Incontrare “per legge” un avversario del tuo livello non ha niente a che fare con un principio di giustizia, ma è soltanto un strumento per fidelizzarti, e non farti demotivare troppo: d’altronde il boom dei tornei di 4a Categoria, e della presenza di “Quarta” in manifestazioni di livello più elevato dimostrano in maniera incontrovertibile ciò.
I tabelloni di selezione, inoltre, hanno portato alla luce problematiche di altra natura. In primis la perdita di identità dei tornei (abbiamo già affrontato la questione nella prima puntata): in quasi tutti i tornei di Terza, per esempio, l’80% degli iscritti è composto da Quarta Categoria. Si tratta di un’aberrazione del sistema, che alla lunga porterà a svalutare il prodotto in quanto poco identificabile e poco appetibile (ciò è già avvenuto, non a caso, proprio per i tornei di Terza Categoria).
L’altro grande elemento di criticità è legato alla difficoltà nel prevedere la fine del torneo: un altro aspetto a mio parere clamorosamente eluso e considerato irrilevante dai creatori del sistema quando è la cosa più naturale del mondo sapere quando una manifestazione inizia e quando finisce. L’esplosione del numero di iscritti e dei partecipanti alle qualificazioni oggi rende spesso impossibile, per il Giudice Arbitro, far terminare il torneo nei termini indicati (di solito di nove giorni). Ad onor del vero, una grossa responsabilità del ritardo dipende dal giocatore, che spesso porta avanti richieste anche al di là del dovuto (motivi di lavoro), chiedendo di essere spostato per cause talvolte marginali o per pura comodità. Tuttavia, ponendosi nell’ottica del giocatore è diventato assolutamente inutile indicare dei giorni di preferenza, dal momento in cui ci sarà obbligatoriamente un giorno in cui dovrà scendere in campo senza possibilità di deroghe. La problematica, in questo caso, nasce dal fatto che la maggioranza di tesserati (Terze e Quarte categorie) gioca per divertimento, sottraendo tempo allo studio e al lavoro, e non avere idea di quando scendere in campo crea difficoltà organizzative, se non autentica frustrazione (ognuno di voi avrà vissuto questa sensazione quando si sente dire per telefono, per una settimana di fila, “non giochi, richiama domani”). Se poi il giocatore decide pure di iscriversi ad un altro torneo, allora la situazione diventa caotica, perchè le incertezze organizzative esploderanno all’ennesima potenza. Si dirà che iscriversi a più tornei non è un obbligo, ma è il sistema stesso a invogliarti a farlo: che significa poi iscriversi a tornei in contemporanea, dal momento che uno più durare un mese, l’altro una settimana, e magari finisco per giocare lo stesso giorno in due tabelloni che, ufficialmente, iniziano con quindici giorni di differenza? La Federazione stessa ha abolito il divieto di iscrizione simultanea (che prima esisteva) ed oggi sta solo alla tua capacità organizzativa degna di un burocrate e all’elasticità dei Giudici Arbitri se riesci a scendere in campo a tutti i tornei a cui sei iscritto in maniera serena.

Siamo arrivati alla parte delle proposte: ecco cosa potrebbe essere fatto, a mio parere, per salvaguardare i tornei individuali senza abbandonare i principi della riforma tennistica messa in atto.

1) Creare un sistema di tabelloni di selezione più flessibile e meno articolato. Nel dettaglio, prevedere al massimo un tabellone di qualificazione (es per i Terza nei tornei Open, per i Quarta nei tornei di Terza, per i 4.4/nc nei tornei di Quarta), all’interno del quale abolire il “principio di equità”. In questo modo rimarrebbe comunque la certezza di giocare con un avversario della propria categoria al primo turno, ma sarebbero snelliti enormemente i tabelloni.
2) Mettere limitazioni di iscritti in base ai campi disponibili. Attraverso un calcolo matematico, dovrà essere sancito un tetto alle iscrizioni sulla base dei campi di gioco (es. per due campi massimo 60 iscritti, per tre campi massimo 100, da quattro campi in poi iscrizioni libere). In questo modo ogni circolo riesce ad accogliere in maniera efficiente il numero di iscritti idoneo alla sua struttura.
3) Imporre una data di inizio e una data di fine, prorogabile solo per gravi e reali motivazioni (es. maltempo). Se venissero applicati i primi due punti, rispettare le date diventerebbe molto più semplice. Sarebbe poi possibile differenziare la durata in base al tipo di torneo e alla collocazione geografica prevista, sempre comunque mai oltre i quindici giorni (ad esempio un torneo di Quarta Categoria a Firenze potrebbe avere durata di 15 giorni, un torneo Open di nove).
4) Stimolare la nascita di tornei limitati 4.3/nc oppure soltanto dedicati a nc, al momento poco presenti: in questo modo anche i giocatori con classifica inferiore, penalizzati dalle nuove regole, avrebbero manifestazioni tagliate su misura, dove poter puntare a vincere.
5) Diminuire da parte della FIT la pressione fiscale nei confronti di quei circoli che rispettano i vincoli organizzativi dei tornei individuali, in modo da promuovere un tennis di maggiore qualità, con meno iscritti senza per questo penalizzare economicamente i circoli.

Alessio Laganà

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