Alla vigilia di Wimbledon, una voce che conosce il peso dei momenti dice la sua: Flavia Pennetta osserva il nostro presente con serenità da campionessa, annusa l’erba e capisce dove sta andando il tennis italiano. Sullo sfondo, un nome che accende l’immaginario: Serena Williams. Se tornasse? “Mi porto i popcorn”.
Un’Italia che spinge forte sull’erba
Il clima è diverso da qualche estate fa. Oggi l’Italia arriva a Londra con un leader vero e riconoscibile. Jannik Sinner è numero 1 del ranking ATP, ha vinto l’Australian Open 2024, ha trascinato l’Italia alla Davis Cup 2023 e ha alzato il trofeo a Halle, il suo primo titolo sull’erba. Non è folklore: sono dati, sono passaggi misurabili di crescita. A Wimbledon 2023 Sinner aveva già abbracciato il centrale da protagonista. Ora ci entra da riferimento tecnico e mentale.
Intorno a lui, la pattuglia cresce. Lorenzo Musetti ha messo ordine al talento. Matteo Berrettini, quando sta bene, sull’erba resta minaccia concreta. In campo femminile, Jasmine Paolini è diventata una certezza: finale al Roland Garros e, poche settimane dopo, finale anche a Wimbledon 2024. Risultati che cinque anni fa sembravano eccezioni; oggi disegnano una normalità più ambiziosa.
A questo punto, la frase arriva pulita e pesa: per Pennetta, “Sinner è di un livello superiore”. Non è un complimento gentile. È la diagnosi di chi ha vissuto gli spogliatoi veri. Superiore in cosa? Nella gestione dei punti caldi, nella coerenza del gioco, nel modo in cui ogni partita ha una trama chiara. Chi guarda Sinner percepisce un ordine interno: servizio più pesante, risposta profonda, timing secco sul rovescio, accelerazione sul dritto senza fronzoli. Ma soprattutto una qualità rara: scegliere sempre la soluzione giusta, anche quando la pancia chiederebbe spettacolo.
E se Serena tornasse davvero?
Poi c’è l’altra metà del tennis: il mito. Il nome è quello di Serena Williams, 23 Slam in singolare. La domanda che gira a ogni vigilia importante è semplice: la rivedremo in partita ufficiale? Non ci sono conferme. Nessun calendario, nessuna wild card annunciata. Eppure basta il suo solo rumore di fondo per cambiare l’aria. La battuta di Pennetta — “mi porto i popcorn” — è più di un sorriso: dice che, davanti a certe fuoriclasse, si torna tifosi. Non si analizza: si guarda, si vive.
Pennetta sa cosa significhi il palcoscenico che ribolle. US Open 2015, notte che non si dimentica. Parla, quindi, con doppia credibilità: da ex numero uno d’Italia e da osservatrice che non vende fumo. Il suo sguardo sul tennis azzurro è concreto. L’onda c’è, ma non si fa surf senza tecnica. Lo stesso vale per Wimbledon: niente scorciatoie. Erba bassa, rimbalzo traditore, servizio che conta più di ieri e, allo stesso tempo, richiede precisione chirurgica.
Qui il punto: il “livello superiore” non è un’etichetta, è un impegno quotidiano. È arrivare al campo e far sembrare facile ciò che facile non è. È non forzare il colpo dell’highlight quando basta un cross profondo. È leggere il match come si legge una riga di dialogo. Per questo Sinner oggi rappresenta molto più di un favorito tecnico: è un modo di stare in campo che può fare scuola.
E se, tra un rovescio in anticipo e una smorzata ben scelta, dalle scale del Centre Court apparisse davvero Serena, con quel passo imperiale? Forse allora, per una volta, potremmo metterci comodi anche noi. Popcorn nello zaino, sguardo sul verde. Per capire non solo chi vince, ma perché ci piace ancora così tanto aspettare il primo colpo.

