Due ex pro che parlano come al bar, un dilemma che divide gli appassionati: nel 2021, tra il talento acerbo che esplode e il ragazzo già pronto, chi ha lasciato il segno più profondo? La risposta di Sam Querrey e Steve Johnson, al Nothing Major Show, spiazza e accende la discussione.
La domanda è semplice, il contesto meno: nel pieno della stagione 2021 del tennis maschile, chi ha “superato” l’altro tra Carlos Alcaraz e Jannik Sinner? Al Nothing Major Show, Sam Querrey e Steve Johnson hanno tirato il filo dove brucia di più: risultati, qualità delle vittorie, sensazione a pelle.
Partiamo dai fatti. Nel 2021, Sinner ha messo insieme un’annata da grande. Quattro titoli ATP (Melbourne 1, Washington, Sofia, Anversa), finale a Miami, ingresso in top-10 a fine anno. A Torino, da subentrante alle Finals, ha battuto Hurkacz e lottato contro Medvedev. Numeri da professionista fatto e finito, senza orpelli.
Dall’altra parte, Alcaraz ha firmato i momenti. Primo titolo a Umag, quarti allo US Open dopo una maratona memorabile con Tsitsipas, trionfo alle Next Gen ATP Finals. Chi ha visto quei match ricorda la sensazione di qualcosa che cambia in campo: velocità di braccio, coraggio sui punti pesanti, quell’energia da “ci rivediamo presto, e sarà peggio per tutti”. A fine 2021 era attorno alla top-30: poche righe nella storia, ma in grassetto.
Cosa vale di più? I trofei o la scossa? I due americani, con l’occhio di chi in quel mondo ci ha vissuto, hanno scelto. Per loro, nel 2021, ad aver “superato” l’altro è stato Alcaraz. Non per il medagliere, ma per il peso specifico delle serate che contano e per l’“eye test”: quel test non scritto che i tennisti passano quando la partita si accende e il braccio non trema.
È la solita sfida tra “curriculum” e “profezia”. Il ranking premia Sinner: più continuità, più finali, più certezze. Ma l’US Open di Alcaraz, con l’impresa su Tsitsipas in cinque set a 18 anni, sposta la percezione. E le Next Gen ATP Finals, con regole più rapide ma pressione reale, hanno consolidato l’idea di un giocatore già feroce nei momenti chiave. Querrey e Johnson qui puntano tutto sull’impronta lasciata: quando un diciottenne fa sembrare normale l’eccezionale, è difficile ignorarlo.
Dal loro confronto sono usciti anche scenari che fanno discutere. L’“impresa dei nove Masters 1000 di fila”? Ad oggi resta fantascienza sportiva: il massimo in una stagione è sei (primato firmato da Djokovic nel 2015). Vincere tutti e nove, consecutivi, non è mai successo e probabilmente non succederà presto. E poi l’ipotesi “quattro diversi vincitori Slam in un anno e nessuno è Jannik”: possibile, perché il livello medio è salito e i tornei scorrono su superfici e momenti diversi. Ma non ci sono dati certi per prevederlo; è un esercizio di immaginazione, utile a misurare la febbre del circuito.
Alla fine, la scelta di Querrey e Johnson dice più del tempo che stiamo vivendo che dei numeri in sé. Il tennis del 2021 ci ha fatto capire che le etichette durano un weekend. E che un ragazzo può cambiare l’aria di uno stadio con un dritto in corsa. Vale più un titolo o quel respiro trattenuto del pubblico prima del match point? Forse la prossima risposta arriverà non da una classifica, ma da quel silenzio che precede l’urlo.
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