Sulla terra rossa di Parigi, Marta Kostyuk parla piano ma colpisce forte: “sono ancora sfavorita con Iga Swiatek”, ammette, poi sorride come chi ha in tasca un piano. E se dopo questo Roland Garros cambiasse davvero qualcosa?
“Tecnicamente sono ancora la sfavorita in partite come quella contro Swiatek. Magari però dopo questo torneo cambieranno molte cose.” La frase è asciutta, realista. Ed è il manifesto della nuova Kostyuk: meno proclami, più sostanza. Classe 2002, già stabilmente in Top 20 WTA, ha messo insieme un filo logico: primo titolo nel 2023, una finale WTA 500 nel 2024, un quarto di finale in uno Slam a Melbourne. Il percorso c’è. La fretta, no.
Il cuore del messaggio è semplice: migliorare ogni settimana, senza recitare. E qui la differenza si vede. Il dritto in corsa è più profondo, il rovescio lungolinea apre l’angolo, il servizio non è più solo un avvio ma un’arma per togliere il ritmo. Nei momenti caldi, arriva il dettaglio che pesa: una seconda più carica, un passo dentro il campo sulla risposta. Non sono gesti che fanno rumore: fanno punti.
Arrivare in Top 10 (e pensare un giorno alla Top 5) non significa solo battere una grande ogni tanto. Significa farlo spesso, in settimane consecutive, contro avversarie diverse. Con Swiatek, la montagna è ancora alta: quattro titoli a Parigi raccontano una superiorità che si misura nei 20-30 punti “normali” vinti meglio delle altre. Kostyuk lo sa e non scappa: si definisce “sfavorita” perché qui nessuno si nasconde dietro slogan.
Eppure i segnali contano. Nel 2024 ha mostrato che la seconda settimana negli Slam non è un’eccezione. Ha retto scambi lunghi, ha accettato la fatica della terra rossa, ha imparato a soffocare l’inerzia quando gira contro. E quando il braccio trema, ha scelto la palla lunga e profonda, non la soluzione brillante. È il tipo di maturità che di solito anticipa uno scatto di classifica.
La parte sorprendente arriva a metà racconto: “Magari dopo questo torneo cambieranno molte cose.” Non è un wishful thinking. Il ranking in questa fase dell’anno è un elastico: tra Parigi e l’erba si possono guadagnare metri veri. Se confermi la nuova identità – aggressiva ma lucida – quei metri si trasformano in tabelloni più favorevoli, turni saltati, energie risparmiate. E, soprattutto, in fiducia.
Dopo il Roland Garros c’è una mappa concreta: Opportunità sulla breve stagione d’erba, dove il suo impatto di anticipo e la risposta profonda fanno male. North American swing d’estate, superficie che esalta chi spinge con ordine e tiene alta l’intensità. Un calendario più “intelligente”, con scelte mirate per sommare punti, non chilometri.
Se cerca il varco verso la Top 10, lo troverà nella gestione dei momenti neutrali: trasformare gli scambi “pari” in piccoli vantaggi, ridurre i passaggi a vuoto, proteggere la prima nei game lunghi. Non serve l’effetto speciale: serve ritmo. E la sensazione è che il ritmo, oggi, sia dalla sua parte.
Intanto, resta quell’immagine di Parigi: polvere rossa sul calzettone, asciugamano stretto tra le dita, respiro che si fa lento prima della risposta. Chissà se è proprio lì, in quel secondo di silenzio, che una “sfavorita” smette di sentirsi tale. E noi, guardando, ce ne accorgiamo un attimo dopo. Quando la palla torna forte, profonda, e l’inerzia cambia senza fare rumore.
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