Un coach che ha visto da vicino il fuoco sacro del tennis lancia una pietra nello stagno: una “top ten” dei più grandi di sempre che lascia fuori due idoli del presente. Ne nasce un dibattito caldo, fatto di memoria, meriti e di quel che ancora deve accadere.
Quando è Brad Gilbert a prendere posizione, il tennis ascolta. Ex numero 4 del mondo, stratega di Andre Agassi, Andy Roddick e Andy Murray, oggi voce rispettata e consulente tecnico, Gilbert non è uno che rincorre i titoli facili. Conosce i dettagli, legge le partite a spanne zero, pesa le parole. Eppure la sua ultima mossa fa rumore: una classifica dei migliori tennisti della storia in cui non compaiono né Jannik Sinner né Carlos Alcaraz.
Prima di arrivarci, vale ricordare il contesto. Le liste “di tutti i tempi” sono un terreno scivoloso. Cambiano le racchette, cambiano i calendari, cambiano i corpi. Misuriamo il “più grande” con i Grand Slam, le settimane al numero 1, la longevità? O contano anche l’impatto culturale, lo stile, la capacità di cambiare il gioco? In questo labirinto, i parametri di un coach come Gilbert pesano. Sono freddi, ma non freddissimi: cercano i fatti, ma non dimenticano il campo.
E qui sta il punto centrale. Nella sua top ten personale, Gilbert tiene fuori due protagonisti della nuova ondata. Né Alcaraz né Sinner entrano nel club ristretto. È una scelta che sembra dire: prima la storia piena, poi gli annunci. Al momento in cui scriviamo, i dati solidi raccontano così: Alcaraz ha già vinto tre Slam nell’Open Era (US Open 2022, Wimbledon 2023, Roland Garros 2024) ed è stato il più giovane numero 1 di sempre. Sinner ha messo in bacheca l’Australian Open 2024 e ha trascinato l’Italia alla Davis Cup 2023, con una crescita verticale nei grandi tornei.
Perché allora l’esclusione? Gilbert, da allenatore, di solito privilegia archi completi: dominare più superfici per più anni, resistere ai rivali di pari livello, stabilire record che reggono al tempo. È un linguaggio che premia mostri sacri come Novak Djokovic, Rafael Nadal, Roger Federer, e – andando indietro – leggende come Rod Laver, Björn Borg, Pete Sampras, Ivan Lendl, Jimmy Connors, John McEnroe. Carriere lunghe, picchi altissimi, numeri che non hanno bisogno di aggettivi.
C’è anche un riflesso naturale: difendersi dalla “sindrome del presente”. Nel tennis amiamo innamorarci in fretta. Ma i curriculum si chiudono a fine corsa, non a metà strada. Un coach lo sa: il talento sposta, la continuità consacra.
Eppure il presente scalpita. Alcaraz gioca con la libertà dell’improvviso, ribalta inerzie, vince finali pesanti su erba e terra. Sinner ha alzato la percentuale, ha imparato a gestire i momenti, ha trasformato la pazienza in arma. Se il criterio è la traiettoria, entrambi hanno la freccia verso l’alto. Se è il compimento, la discussione resta aperta.
Il non-detto, allora, è una sfida. Fuori oggi non significa fuori per sempre. Anzi: nelle liste più oneste c’è spazio per aggiornare. E nessuno conosce la crudeltà del calendario come chi vive di programmazione e dettagli tecnici. Gilbert incluso.
Qui il lettore si sceglie un posto a bordo campo: preferisci la vetta raggiunta e difesa per un decennio, o il brivido di chi sta ancora salendo? Forse la verità è nell’immagine di due sedie vuote in fondo al corridoio dei “più grandi”: sono lì, in attesa. Resta da vedere chi, tra i ragazzi di oggi, ci si siederà davvero. E quando.
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