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Roddick critica Shelton dopo Wimbledon: richiesta di riflessione sulle performance dei tennisti americani

Negli spogliatoi di Wimbledon restano scie di erba bagnata e frasi non dette. Fuori, il brusio è sempre lo stesso: quando torneranno gli americani a far paura sull’erba? Stavolta, però, il brusio ha preso il tono netto di chi non si accontenta più.

Il tennis USA è tornato a casa con più domande che risposte. Le aspettative erano alte. Il tabellone sembrava aprirsi. E invece, ancora una volta, nessun americano è arrivato in semifinale. Non è solo una questione di orgoglio: è il segnale di un ciclo che fatica a compiersi. C’è talento. Ci sono mezzi. Manca quella sensazione di marcia in più nei giorni che contano.

A Wimbledon l’erba non perdona. Esige decisioni rapide, piedi leggeri, colpi corti, servizio che ti regala punti gratis e risposta che inchioda l’avversario. Gli americani, spesso straordinari sul cemento, sull’erba mostrano crepe. Si vede nella gestione dei punti pesanti, nella continuità tra un turno e l’altro, nella capacità di leggere i ritmi di un torneo che cambia volto con il meteo e con la pressione.

La stoccata di Roddick

A battere il pugno sul tavolo è stato Andy Roddick. Uno che a Wimbledon ha piantonato la porta tre volte (finali nel 2004, 2005, 2009) e sa cosa serve per restare in piedi sull’erba fino all’ultimo. Le sue parole su Ben Shelton sono arrivate dritte: “Deve fare una profonda riflessione su cosa è successo”. Non uno sfogo. Una richiesta di responsabilità.

Roddick parla da ex campione del Grand Slam (US Open 2003) e da voce che, nel bene e nel male, gli americani ascoltano. Il punto non è solo Shelton, esploso con servizi sopra i 220 all’ora e corse senza paura, capace di piazzare una semifinale agli US Open 2023 e di accendere le notti di Flushing Meadows. Il punto è una squadra intera che, nella “settimana due” dei grandi tornei, troppe volte evapora.

Dati alla mano: nessun americano ha giocato la finale maschile a Wimbledon dal 2009. L’ultima semifinale USA è stata quella di John Isner nel 2018. Segnali chiari. Eppure il movimento non è povero: ranking buoni, vittorie nei 250 e 500, picchi nei Masters. Poi, quando l’erba chiede sintesi e freddezza, qualcosa si inceppa.

Il nodo americano: talento sì, continuità no

C’è una ragione tecnica e una culturale. Quella tecnica: poca programmazione sull’erba. La stagione è corta. I tornei chiave sono in Europa. Negli Stati Uniti, il vero appuntamento su erba (Newport) arriva dopo Wimbledon. Risultato: si arriva a Londra con poche partite giocate nelle condizioni reali. Quella culturale: si continua a pensare che basti il servizio per far strada. Non basta più. Serve mano in uscita dal servizio, volée pulita, risposta bloccata che piazza la palla sui lacci. Serve, soprattutto, mentalità.

Qui Roddick ha ragione a chiedere uno sguardo allo specchio. Vuole che Shelton, e con lui gli altri, trasformino l’energia in metodo. Che imparino a vincere quando non funziona tutto. Che sappiano sporcare la partita senza perdere identità. È il salto da promessa a certezza.

Non conosciamo i dettagli dello spogliatoio, e non ci sono informazioni ufficiali su cambi di staff o rivoluzioni imminenti. Ma un fatto resta: l’erba restituisce esattamente ciò che le dai. Forse la svolta comincia in un pomeriggio normale, su un campo laterale, provando dieci volte la stessa volée finché non fa rumore solo la rete che si muove. È lì che rinasce un movimento. Davvero siamo pronti a fare quel passo?

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